Un piano alternativo di politica economica

«Sventare il precipizio della nuova recessione per evitare un nuovo 2011». E l’avvertimento lanciato ieri dal numero uno degli imprenditori di Assolombarda Carlo Bonomi e consegnato direttamente al vice presidente del Consiglio e leader Cinque Stelle Luigi Di Maio. In coerenza con la migliore tradizione confindustriale gli imprenditori milanesi non si sono limitati ad ostentare l’ennesimo cahier de doleance, peraltro più che giustificato alla luce del ciclo economico recessivo e della scarsa attenzione finora mostrata dal Governo nei confronti delle loro ragioni. Hanno provato a “sostituirsi” al legislatore, esercitandosi sue due fronti: rileggere i provvedimenti dell’esecutivo con le lenti della competitività del Paese e immaginare misure nell’interesse generale, non solo della propria categoria.
Il risultato – molto interessante sul piano del rapporto tra corpi sociali e politica – è un vero e proprio “piano alternativo” di politica economica. «Bisogna intervenire sui programmi di spesa in essere, scegliendo quelli che hanno maggior assorbimento di risorse rispetto a un minore impatto sul PIL potenziale» è stata la premessa di metodo, cui Bonomi ha fatto seguire una sequenza di proposte di merito: sospendere quota previdenziale 100, limitare il reddito di cittadinanza alla sua componente di lotta alla povertà del REI, eliminare il bonus degli 80 euro. Grazie a questa innovativa “spending review” della spesa pubblica ancora non effettuata, sarebbe possibile ricavare un tesoro pari a 20-25 miliardi. Da poter re-investire più utilmente, a giudizio degli imprenditori di Assolombarda «in due sole misure: un drastico calo del cuneo fiscale, attribuendone l’intero beneficio ai lavoratori fino a 35.000 euro di reddito lordo, e una ripresa integrale delle agevolazioni Industria 4.0 e del credito d’imposta destinato a ricerca e sviluppo».
Si tratta di un piano oggettivamente difficile da accettare per il Governo in carica, perché mette drasticamente in discussione le sue “bandiere” di politica economica e sociale. Ma rappresenta al tempo stesso un modo pragmatico e prezioso per tradurre «il grido di dolore che viene dal mondo imprenditoriale», come lo ha chiamato lo stesso Bonomi, in un confronto concreto tra visione alternative. Nella speranza che anche elites e opinione pubblica, se ancora esistono in Italia, battano un colpo.

 

Francesco Delzio/Avvenire